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fallen in love with Jack the Ripper. Uno interessato a ciò che c'è DENTRO le donne.

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lunedì, 06 luglio 2009

The world is fat!

One of the funniest videos I've ever watched! :)
Amazing - probably bipolar?!?! - Courtney and her amazing theories about food!
In particular, today she explains "Why the world hates anorexics"!
I totally disagree, but her facial expressions and sarcastic statements make her deserve better than the self-complaining, sad, oh-my-god-I-was-such-a-happy-baby-there's-a-pain-inside-my-soul (ass)-anorexics do!

(And her pain shows, though she pretends she feels almighty, which is quite natural in the first phase of anorexia. I prefer her outgoing attitude by far!)



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categorie: people, corpo, genialità, pillole di saggezza zen

So chi sei, di tutti i miei sogni il dolce oggetto sei tu

Di solito sono piuttosto brava a interpretare i sogni, miei e altrui.

Ma quello di stanotte mi ha spiazzata!

Ve lo racconto per sommi capi,

chissà che qualcuno non mi riveli qualcosa di me che non so! :)

*

Sono in pullman, di quelli che fanno le lunghe tratte.

Un viaggio di più giorni e più notti

verso un paesino in cui devo andare a lavorare.

Sul pullman, anche un gruppo di ragazzi

che devono andare a fare la visita di leva.


*

Siamo quasi arrivati, ma

durante una sosta, una sera,

un ragazzo si ferisce all'occhio sinistro e sanguina copiosamente.

Si tiene una mano sull'occhio, ma il sangue gli sgorga in rivoli e fiotti dalle nocche.

Mi sembra di capire che si sia ficcato il gancio di un attaccapanni nell'occhio,

anche se adesso l'ha tolto.


*

Nessuno dei suoi "amici" chiama l'ambulanza,

nessuno vuole rischiare di perdere tempo per lui.

La chiamo io, pur rischiando di perdere tempo e il lavoro.

Nessuno vuole accompagnarlo in ospedale,

lui è terrorizzato, mi guarda supplichevole col suo unico occhio

e mi tiene la mano con quella non imbrattata di sangue,

e mi prega di non abbandonarlo.

Salgo in ambulanza con lui.

Lo ricoverano, io torno in pullman.


*

Pernottiamo tutti lì.

*

La mattina, la mia idea è di andare in ospedale a trovarlo.

Mentre scendiamo tutti dal pullman e siamo in coda,

il ragazzo dietro di me inizia a strusciarmisi contro.

Io mi giro infastidita e gli dico: "Ehi, che cazzo fai?!".

E mi accorgo che è un ragazzino!

Un truzzetto da discoteca

vestito di nero, con il gel nei capelli lunghetti e riccioluti,

gli occhialoni da sole a mosca,

il borsone per andare a fare la visita di leva.

Lui mi dice, timidissimo:

"Scusa, è da ieri che ti guardo e ho capito che mi piaci...".

E io, tensione allentata ormai:

"Ma cosa dici?! Ma quanti anni hai?!".

Lui mi risponde: "Sedici, ma tutti dicono che ne dimostro trenta!".

Io gli scoppio a ridere in faccia e lo mando a quel paese,

senza rabbia ma ridendo,

mentre lui si fa piccolo piccolo di imbarazzo!

*

A voi, cari Sigmund!

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categorie: notte, perplessità, se non ve lo dico io, im much too fast
sabato, 27 giugno 2009

Michael Jackson

Ho appena finito di guardare in tv un pessimo speciale su Michael Jackson.

Finalmente qualcosa per cui rimestare ancora e ancora la pedofilia-lo schiarimento della pelle-il figlio lasciato penzolare dal quinto piano-le violenze paterne etc. Miserie giornalistiche.

Siate contenti. E' vero che non terrà i concerti in cui si sarebbe notato quanto era imbolsito, rallentato, sgraziato nei movimenti, la voce rotta dai farmaci. Ma per compensarvi di tutti quei quintali di carta straccia - già pronta, coccodrilli d'altra specie, ne sono sicura, che si sarebbero pubblicati - ha almeno avuto il buon gusto di morire.

*

Avrei potuto benissimo non fare neppure il suo nome. Un incipit come quello del 5 maggio di Manzoni. Tutti avrebbero capito di chi si stesse parlando. Già questo, in tempi di notizie e storia veloci e deperibili come il vuoto a perdere dei videoclip di MTV è sorprendente.

*

Qui non si parla di valore artistico o umano. Ma di capacità di impatto sul pubblico, tangibile  - lo vediamo in queste ore - eppure misteriosa perché non interamente imputabile ai suoi talenti, ma nemmeno sbrigativamente all'accurato e sontuoso progetto commerciale sviluppato intorno a lui fin dalla sua infanzia.

C'era in quest'uomo qualcosa che attraeva, interessava, repelleva, anche, ma che indubbiamente faceva entrare in connessione con lui, con Michael Jackson in tutte le sue dimensioni, di uomo e di artista. Non credo sia giusto "scindere i due piani", come da più parti in queste ore si viene  accoratamente invitati a fare per tacitare inopportuni (alla santificazione) ricordi delle accuse di pedofilia.

Come se la propria arte non fosse secreta dalla vita. E mi piace usare "secreta" come participio passato di "secernere", ma anche nel senso di "segreta", a indicare il fondo torbido e giustamente inconoscibile dal quale come fiumi discendono l'arte e anche altre manifestazioni ancora più oscure.

Senza che questo giustifichi alcun crimine che Michael Jackson possa aver commesso o meno. Intendo solo dire che l'atto di amore per l'artista (in generale) deve passare anche attraverso lo stretto e doloroso passaggio della contemplazione di tutto di lui, anche del suo male. Non si può prendere il dolce e il piacevole, e scartare il resto sgradevole. Abbiamo il coraggio di guardare nella sofferenza, fin dove ci viene permesso? Se la risposta è no, non parliamo più di "amare", ma di "usare" un artista. Come qualsiasi altro essere umano, con l'aggravante che l'artista è la generosità del dono di sé al massimo grado di apertura.

***

E' strano il fatto che - come presumo sarà accaduto a milioni di fan in tutto il mondo - io mi sentissi in qualche modo in connessione speciale con lui, come se Michael Jackson fosse eminentemente mio.

Forse perché mi sembrava che la forma delle mie sopracciglia fosse uguale a quella delle sue ai tempi di Dangerous. Mi guardavo nello specchietto retrovisore della macchina di papà, seduta dietro, bambina di dodici anni, e cercavo di mettermi in posa come lui nella copertina meravigliosa di quell'album del declino.

O forse perché è stato il motivo che mi ha spinta ad appassionarmi dell'inglese - volevo capire finalmente cosa dicessero le sue canzoni, specie quella "Dirty Diana" che continuavo, io di dieci anni, a invocare urlando per casa.

Dirty Diana che, ora che ci penso, è stata il primo avamposto conquistato nei litigi genitori-figli dalla mia incipiente adolescenza. Sarebbero passati alcuni anni ancora prima che mia madre mandasse a quel paese per esasperazione la Maria Antonietta citata in Killer Queen.

Michael Jackson in qualche modo deve avermi anche educata a un certo tipo di gusto estetico, a rifuggire da tutto ciò che era maschile per cliché.

Adesso non saprei più dire se abbia influito in questo più un mio reale trasporto per lui, o se invece sia stato determinante il disprezzo per lui dimostrato con risolini da mio padre. Ma, guardandolo ballare con il body dorato laminato, mentre mio padre ridacchiava di scherno e di imbarazzo, di fronte a quell'uomo irriconoscibile, ho imparato a scollegare evidentemente attributi e manifestazioni storiche della mascolinità.

Che fosse questa la sua cifra caratteristica?

Michael Jackson era irriconoscibile come uomo, come adulto, come bianco o come nero, persino come essere umano. L'impressione è che le bende e le fasciature bianche tenessero insieme il non-ricomponibile. Il morphing del video di Thriller portato alle sue estreme conseguenze.
Se un artista mostra il frutto della sua veggenza... beh...

Eppure era riconoscibilissimo come artista, il disegno delle sue figure di danza così netto e scattante, stagliato senza sbavature nell'indistinto dell'aria, che anzi la tagliava e ricomponeva intorno a sé; lo stile nel porsi nello spazio, tra gli altri esseri umani; la voce fanciullesca.

Questo non è un lutto, è qualcosa di completamente diverso, sia dal lutto vero, sia da quello di altri artisti (piansi realmente per la morte di Battisti, per dirne una), forse perché lì c'era ancora qualcosa di umano, il senso di una perdita.
Ma questa non è una perdita, è un senso di incredulità e di vuoto, l'impressione di aver assistito a qualcosa di inumano, a una fiaba, a una parabola, a qualcosa di esemplare eppure già lontano, già non più di nessuno. Forse un riverbero della sua solitudine che per la prima volta arriva a tutti. L'impressione è quella di aver assistito impotenti al rapidissimo incendiarsi e bruciare in solitaria di un meteorite entrato nell'atmosfera. Un percorso sbalorditivo, esterno e distante. Un essere umano ha sfolgorato e sofferto davanti a tutto il mondo.

Dicevo che Michael Jackson aveva la capacità di far entrare in connessione con sé, con la sua vita e con la sua arte. Sono sempre più convinta che la chiave di connessione sia stata - come sempre è - il dolore, unito al fantasmagorico allestimento di una sceneggiatura da fiaba per fuggire via da sé e dalla propria vita, o semplicemente per trovare un posto meno angosciante in cui bruciare i propri fantasmi.

***

E stasera ero seduta sul mio divano blu, guardando il video di Thriller, sola in casa a rabbrividire ancora di paura. Tutto era lontano e irreale,  inumano e universale, planetario, eppure Michael Jackson continuava ancora a sembrarmi mio, eminentemente mio, come diciassette anni fa. Sorrideva nel video, e sembrava lo facesse per me, così vicino e così inavvicinabile.

Ho avuto un senso di gelosia e di contentezza insieme. Lo conosco molto bene, ma dalla letteratura. Chissà...

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categorie: sangue, notte, bellezza, corpo, trasformazione, stupore, perplessità, saudade, gelo e neve
martedì, 23 giugno 2009

Musica, Alberto, David Bowie, la ragazzina con la treccia, l'inferno ottuso

Ho visto il signor M.M.

Meno peggio del previsto, anzi, tutt'altro.

Ma che tristezza. A volte non puoi nemmeno dire a uno: "Povero diavolo, hai ragione". Devi accontentarti di potergli dire: "Ti capisco".

*

Intanto continuo a pensare alla canzone "Soul love" di David Bowie. Perché?

Quando dice:
"And how, my god, on high is all love".
"A love so strong it tears their hearts to sleep
through the fleeting hours of morning.
Love is careless in its choosing"

Non so se Bowie sia un genio dell'attimo prima o dell'attimo dopo, ma le sue canzoni sono godibilissime e mi va benissimo ugualmente.

Anche perché oggi ho sentito suonare Alberto e mi è venuto un leggero languorino di natura omicida. Facciamo che preferisco interrogarmi sul presunto genio di David Bowie, piuttosto che su un pianista che sente l'artrite mangiargli la cartilagine nelle mani, e suona finché non gli viene da urlare per il dolore.

Teniamoci David Bowie il Furbo e i suoi very cool buchi da eroina nella memoria.

*

La ragazzina con la treccia continua a suonare sotto il Duomo, nelle viscere di Milano tra la  metro gialla e la rossa.

La treccia si è allungata e sarebbe ora che una madre, se l'avesse, la aiutasse a depilarsi il baffetto. Le dita sono sempre più veloci sul violino, i pezzi ormai li conosce benissimo ed è tanto brava e stufa da potersi permettere di suonarli a velocità supersonica, con effetti di psichedelia acuta e disturbata pregevoli.
Ma che diamine, ho sognato di portare la Moratti trascinandola per capelli lì nei sottopassaggi, e di dirle: "Imbecille, prendi questa ragazzina e falle studiare musica come si deve!".

Lei è brava, ma oggi suonava maluccio. Mi sembrava impossibile che fosse lei. Quando la mattina arrivo dalla rossa verso la gialla, sento sempre le note dei violini del suo gruppetto.
E provo a indovinare dal suono se c'è lei. Quando la musica è sublime, so che lei c'è.
Stamattina ero sicura di no, e invece c'era. Non sembrava possibile, tanto suonava male.
Mi chiedo che cosa altro le facciano fare per guadagnare. Rubare? Forse rubare, per un po'. Poi chissà. O magari l'inizio di altra attività che io morbosamente immagino è già avvenuto, magari questa ragazzina non è più vergine fin da prima di averne consapevolezza.

*

Passo dall'inferno della sua vita alla casa di privilegio di M.M., ma, al tempo stesso, passo dal privilegio della sua musica all'inferno ottuso senza arte di M.M.

*

E davvero non so più cosa pensare.

*

Vorrei solo che entrambi avessero le medesime possibilità, e poi scegliessero quale nome attribuire al proprio inferno e al proprio paradiso.

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martedì, 16 giugno 2009

India e Atlante

Perché indosso questo abito indiano?

Perché vorrei tornare verso ciò che mi somiglia.

*

E' una possibilità enorme di crescita nella conoscenza, il fatto di amare contemporaneamente l'Inghilterra che opprime e l'India che si ribella. Insegna a vedere tutto contemporaneamente. Attraverso l'amore arrivo al privilegio dell'unione nella conoscenza.

*

"Dove sarebbero gli Indiani senza le ferrovie costruite dagli Inglesi? E il sistema educativo di cui si vantano tanto? E l'inglese avuto in dote, che li ha aiutati a uscire dalla palude linguistica da cui la Cina fa fatica a risollevarsi?".

"Scherzi?! E tutte le ricchezze drenate dal territorio indiano per l'Inghilterra?! Cosa avrebbero potuto fare gli Indiani con tutte le risorse di cui l'avida "madrepatria" depredava la perla dell'Impero?".

"Ah, io adoro l'inglese, che bellissima lingua!"

"Ma come, tu non eri filoindiano/a ad oltranza?! Prima con 'sta storia che gli inglesi hanno impoverito l'India, e adesso te ne esci con l'amore per l'inglese?!"

"Certo, ma anche tu sei filobritannico/a eppure ti bevi le lezioni di indologia A CUI NON SEI NEPPURE ISCRITTO/A! Non dovevi essere a lezione di (qualsiasi altra cosa che non fosse indologia)?!"

"Ehm..."

*

(Chiacchiere-litigate di anni e anni fa, a battute intercambiabili con Checchin, il Billy Corgan veneziano con una passione insana per la santissima trinità hindi-parsi-urdu)

*

Adesso indosso un abito che mi somiglia, che ha attraversato mezzo mondo per venire ad abitare addosso a me, e che io stessa ho riportato in oriente, in Cina. Mi sento il monaco Tripitaka che andò in India a prendere i rotoli buddhisti per portarli in Cina! Cari Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso! Cara Guanyin, Bodhisattva misericordiosa!

Ah, cosa potranno mai capire i miei venticinque lettori di questo post? Forse non molto, poiché non posso dire che seconda, felice possibilità mi ha concesso la vita, grazie all'idea di studiare indiano all'università!

Anzitutto, mentre alle lezioni di cinese ero sempre nelle prime file, attenta, seria, austera, concentrata, a hindi ero in ultima fila, nell'auletta D di Ca' Cappello, con circa dieci compagni in tutto, ed ero rilassata, amichevole, sorridente, non ero preoccupata di fare appena possibile conversazione in lingua con Sharma, il lettore, mentre a cinese la Zhang non mi sfuggiva a nessuna lezione!

Poi, la gioia di una scrittura bellissima e misteriosa, razionale e aggraziata, molto più degli stupidi, irragionevoli caratteri cinesi!

La scoperta di qualcosa di più, nelle filosofie orientali, che non fosse il tetro confucianesimo o il confuso taoismo!

Un corteggiatore con i piercing a spuntone che gli uscivano dal mento!!! Pazzesco!!! Questo è stato l'unico esemplare del genere piercing a oltranza che io possa annoverare negli annali.

E moltissimo altro, che non c'è tempo e modo di dire, è tutto troppo intersecato, ma adesso questo abito svolazzante che indosso mi parla di tutto questo senza parole, di cui sono abbondantemente stanca, sto per mandare tutto al diavolo, tranne l'inglese, e da oggi potrei non scrivere più in altra lingua, vedremo, sto valutando tutta questa delusione profonda che mi spinge verso la danza, forse ne riparleremo.

Questi post diventano sempre meno comprensibili, tanto comunque è inutile, anche quando sono comprensibili l'intelligenza dei più fa il lavoro che adesso fanno queste parole sincopate che non si preoccupano più di districarsi. E invero forse desidero più il castello di Atlante che non un Astolfo che riporti ogni boccetta a ogni individuo e rimetta tutto a posto, adesso voglio il caos e la concupiscenza mia di me stessa,

I'm faraway from home, and I've been facing this alone
for much too long...

[Thank you Brian for the words you kindly suggested, as you always did]

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giovedì, 11 giugno 2009

Un post di altissima levatura

Niente da dichiarare, con tutto quello che questa ammissione... dichiara.

*

Sto per fare una doccia, lavarmi, lavare via i pensieri.

*

Se così fosse l'acqua nella vasca dovrebbe essere color vermiglio,

invece resta (più o meno) limpida e pura, saponata.

*

O non lava via un bel niente, o non abbiamo pensieri.

*

Nel mio caso personale, propendo per la prima, perché so del traffico telefonico di pensieri da un capo all'altro delle mie orecchie.

Personalmente, non cogito ergo sum, ma cogito ergo morior.

Comunque non ve ne crucciate, penso di poter escludere per la stragrande maggioranza di voi questa eventualità.

*

Credo che usiamo il docciaschiuma per illuderci che le docce portino davvero via qualcosa da noi.

*

Da noi, di noi.

*

Per Cristo, con Cristo e in Cristo.

*

[Questa incredibile dichiarazione d'amore così grammaticalmente, linguisticamente, carrollianamente intrigante vorrei averla scritta io].

*

Ieri sera il clima del mio corpo registrava 37.2°. Per il mio corpo è estate già torrida.

Pensateci.

Il nostro corpo tende ad avere la febbre durante l'inverno.

Cioè capite?

Noi creiamo l'estate dentro di noi quando tutto il resto del mondo grida il contrario.

Se il mio corpo ieri sera era in estate rigogliosa,

ciò vuol dire che fuori doveva essere inverno. Lapalissiano!

(Prendo il mio corpo come unità di misura della verità, non viceversa).


*

Apprendo senza troppi stupori o piagnistei che ieri, 10 giugno 2009, alle 20.54 era inverno.

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martedì, 09 giugno 2009

La scelta dell'imprecisione

E così mi ritrovo a guardare "Dawson's Creek",

oggi pomeriggio come nove anni fa.

*

Ero al secondo anno di università,

vivevo nel primo appartamento a Venezia,

e la sera (era il lunedì?)

io, Alessia e Cristina ci rifugiavamo sul divano giallo della sala,

rannicchiate e accoccolate sotto il plaid per scaldarci

(la dittatrice cicciottella Valentina imponeva quei 18.5° ai termosifoni!)

e quando partiva la sigla cantavamo urlando:

"I don't wanna wait for our lives to be over...".

E se al nome del protagonista e al genitivo sassone ci arrivavamo,

non sapevamo che diamine volesse dire "Creek",

e non lo cercammo mai sul dizionario...

soprattutto quando Alessia,

all'ennesimo magone depressoide del protagonista per batosta-dalla-vita,

dedusse il significato dalla storia...

"Ehi! Ho capito! "Dawson's Creek" vuol dire: "La SFIGA di Dawson!".

Geniale!

*

Ancora oggi per me "creek" vuol dire "sfiga",

perché il significato non è mai il valore stabilito,

ma quello attribuito alle cose,

ovvero costruito dentro le cose.

*

E voi lo capite, vero?, che per me

questa attribuzione di un ricordo affettuoso

vale infinitamente di più

del prezioso lemma del vocabolario che ho poi imparato.

Capite che quello che è entrato per sempre

dentro una parola inglese che decido di non conoscere da 10 anni

è il sapore di un'amicizia, il brio di una persona,

l'eco che ritorna oggi come dieci anni fa

delle risate esplose repentine in una fredda sera veneziana?

E, più di tutto questo,

la libertà dell'invenzione,

quando è la scelta dell'intelligenza viva,

non l'alternativa in cui si rifugia

la volontà di mantenere l'ignoranza, propria e altrui,

come status quo.

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William Somerset Maugham - Racconti dei mari del sud

Ho sempre avuto una certa antipatia per i racconti.

Forse perché il meglio l'ho letto a 14 anni,

e tutto, dopo, m'è parso sciapo.

*

Beh.

*

Non ho trovato il terzo

al duo di generatori di mia ossessione letteraria e amorosa,

siamo lontanissimi,

ma sto leggendo una raccolta di racconti che

mi porta esattamente dove vorrei essere.

*

Mari del sud ai tempi del glorioso e vergognoso Impero britannico,

restituiti con tutto il loro profumo

e afa intoxicante,

e "sei false virtù" spietatamente scoperchiate.

Come se il veleno delle foreste tropicali

e dei serpenti

chiamasse a gran voce e

facesse riaffiorare a galla quello che scorre nel sangue

ingiallito e incartapecorito

degli inglesi dell'Impero britannico

nel pieno fulgore... della sua decadenza.

*

Codardia, lussuria, mancanza di scrupolo,

ambizione senza onore,

crudeltà paga di sé

che a stento gli ufficiali dell'Impero

chiudono dentro i dignitosi, alteri, freddi bottoni dei loro abiti coloniali.

Finché è possibile.

Il racconto inizia in situazione.

Il protagonista colto in un momento di attesa,

di sguardo languido sul fiume nel tardo pomeriggio,

di riposo, prima del ritiro, del ritorno in patria,

della cena.

Un attimo che consente a Maugham

di dilatare bene gli eventi,

di instillare il veleno,

di permettere al lettore

di inspirare e incamerare bene l'aria afosa della vita del protagonista,

e poi, rapidissimamente,

gli eventi vanno a precipitare...

*

[To be continued...]

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categorie: bellezza, le mie letture delle mie letture
sabato, 06 giugno 2009

Milano in tram - omaggio alla mia città e al movimento

Oggi vi porto con me,

siamo sul tram 27, in fondo,

stretti stretti contro il vetro

scritto dai ragazzini che sognano lo streetstyle;

guardiamo indietro le rotaie che ci lasciamo alle spalle:

Milano_in_tram_5
Il 29/30 ci insegue! Seminiamolo!

Milano_in_tram_6
Qualcuno scende, compagni di viaggio sconosciuti

che si allontanano, chissà per quanto:

Milano_in_tram_4
Incontri, di persone, di mezzi, scatole in movimento.

Fisarmoniche che suonano il tempo della mia vita...

Milano_in_tram_7
Le zingare leggono le linee della mano;

giorno dopo giorno imparo a leggere il destino

che le linee dei tram scrivono in cielo:

Milano_in_tram_1Milano_in_tram_2Milano_in_tram_3
Vorrei essere un soffione,

l'uno e ubiquo...

Milano_soffioni

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giovedì, 04 giugno 2009

La fotografia e il gioco di parole che svela la verità

Lucertolone

Impercettibile, improvVISO ma enorme cambiamento. Nuova prospettiva possibile nel considerare la fotografia. E se...

*

Non prendo la realtà per metterne il pezzo che posso in un rettangolo. Io CREO un'immagine, cioè tento di aggiungere ex novo qualcosa alla realtà. Questo
"qualcosa" non è né il rettangolo di carta, né l'aleatorietà della virtualità.

*

Creando una fotografia, aggiungo in qualche modo qualcosa nella mente. Non si può dire che l'uomo in fuga nella foto di Cartier-Bresson, o la donna-ano
di Man Ray non siano presenti nella mente di tutti coloro che li hanno visti. Sono presenti, ma non sONo un ricordo. Al più, ciascuno ricorda la circostanza in cui ha visto per la prima volta la foto, o i propri ricordi ad essa collegati.

Credo per questo di poter dire che le foto sono ciò attorno a cui si addensa il ricordo.

*

Le foto sono dunque un avvenimento.

A un certo punto l'immagine
accade.

L
'immagine è l'oc-casione per la nostra immaginazione di ac-cadere.

L'occasione dell'occaso della potenzialità per trasformarla in accadimento.

*

E così l'immagine ac-cade, cioè cade da un cielo mentale, pSIchiCo, punteggiato dalle stelle del nostro desiderio informe e in forse, cielo perenne della distanza che si può percorrere in andata e in ritorno infinite volte senza che essa si accartocci sotto i nostri piedi come purtroppo sempre aCCade.

*

[Cerco la distanza che non si consuma, la distanza "onesta", che non si dilata e non si accorcia, ma si offre, sempre disponibile a noi senza che noi si possa disporre di lei una volta per sempre]


La luce

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categorie: bellezza, trasformazione, genialità, stupore, se non ve lo dico io, im much too fast
lunedì, 01 giugno 2009

E' scomparso un aereo Rio de Janeiro-Parigi

Probabilmente in mare.

*

Non voglio mancare di rispetto a nessuno.

*

Mi sembra che a questo mondo se la cavino meglio i mari delle terre.

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categorie: sangue, corpo, stupore, nave, pillole di saggezza zen, im much too fast, gelo e neve, stultitia
sabato, 30 maggio 2009

Notte II

Spero che non ci sia neppure in nessun universo compossibile un'Elisabetta che ha trascorso la giornata di oggi piangendo. Mi sento addolorata persino per questa pallida possibilità. Per favore, universi, non permettete questo.

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categorie: notte, stupore, perplessità

Notte

Stasera guardo i miei oggetti uno per uno. Mi sono mai accorta di volere tanto bene alla mia stampante? Alla piantina dalle bacche rosse, a ogni singolo cucchiaino nel cassetto? Questa sera me ne rendo conto, e chiamo a raccolta i poteri della mia casa per essermi fortezza. A domattina, mondo.

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categorie: people, notte, stupore
giovedì, 28 maggio 2009

Amélie Nothomb - E il mondo tributò la sua ovazione all'incapace

Ho dedicato (per usare un eufemismo) tre ore della mia vita a leggere tre libretti della Amélie Nothomb, poiché non amo inveire contro qualcuno senza aver almeno fatto finta di documentarmi per avere cognizione di causa.

Quindi, adesso posso inveire con cognizione di causa.

Da dimenticare:

- Cosmetica del nemico
- Metafisica dei tubi
- Stupore e tremori

Leggera ai limiti dell'inconsistenza, generalista come un oroscopo su Confidenze, autocelebrativa ma con aria svagata della propria speciale, specialissima sensibilità, (tanto peculiare da essere capita e condivisa giusto da qualche milioncino di persone), banalità intinta in salsa finto-semplicistica-zen, potrei dirla un Raffaele Morelli della narrativa? Un Giovanni Allevi della letteratura? Forse no, ma hic sunt leones e io, la Lungocrinita Elisabetta, a ragion veduta + irragionevolezza regale comando, e quindi la definisco tale.

Amélie Nothomb è l'idea di profondità alla portata di chi non si è mai immerso che nella vasca da bagno di casa.


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giovedì, 07 maggio 2009

Harold Pinter - Vecchi tempi

Non siamo ciò che mangiamo,
ma ciò che ricordiamo di aver mangiato.

                                              
Elisabetta

*
*
*

Ho letto uno dei libri più misteriosi e inquietanti in cui mi sia mai imbattuta.


*

Sempre più mi convinco che quello che può su di noi un'organizzazione, il sistema, è NIENTE rispetto al devasto che possiamo fare noi di noi stessi, brandendo contro di noi l'arma della memoria, levandola alta e rigida mentre ci corriamo minacciosamente incontro.

Semplicemente adagiandoci nel mare magnum della memoria con la stessa arrendevolezza con cui fluttuano le chiome di Ofelia nel fiume (la memoria dovrebbe essere piegata allo slancio vitale, non farsi culla o tomba...), o chiedendole l'impossibile, cause e risposte, o ergendoci a combatterla, a ricomporla o a frantumarla, lasciandoci dilatare e contrarre, dilatare e contrarre assecondando il fluire dei ricordi finché si laceri per sempre la tela di carne in un ultimo spasmo inumano. Soverchiante, non supremo...

*

Questo libro è un piccolo pezzo di vetro.

E quando un giorno incontrerò Pinter nel paradiso che aspetta tutti noi filobritannici, come ricompensa di aver avuto in terra l'ingrato compito di difendere, forti di argomentazioni culturali - quindi inesistenti al giorno d'oggi - una razza di supponenti e adorabili mezzeseghe, credo che gli salterò alla carotide per l'invidia che gli porto.

Perché si può solo fumare di rabbia e struggimento all'idea che lui abbia concentrato in 35 pagine un universo che è riuscito a far implodere, a condensare in masserella fluttuante, aggraziata, che invita e si presta morbida alla lettura.
Immaginate di camminare su una sorta di tappeto elastico come quando eravamo bambini, ma enorme, infinito. Questo libro è così. Solo che ogni tanto ci sono inaspettatamente dei buchi neri nella morbidezza quasi femminea della superficie, e senza accorgersene si sparisce, inghiottiti dallo stupore velenoso del testo.

Pinter mi ha fatto pensare ad Alice di Lewis Carroll. Non solo per questa sensazione, appunto, di caduta nel buco, di immersione-caduta soave ma preoccupantemente senza fondo. Ma anche per le precise parole di uno dei personaggi: "Ci sono cose che si ricordano, anche se possono non essere mai accadute. Io ricordo cose che possono non essere mai accadute, ma, poiché le ricordo, sono accadute". Molto simile al personaggio della Regina Bianca in Attraverso lo specchio.

*

La situazione iniziale è molto semplice. Una coppia di quarantenni, Deeley e Kate, attende per cena Anna, un'amica di Kate che questa non frequenta più da vent'anni. Deeley è curioso, fa molte domande a Kate, ma lei risponde con disinteresse e con sufficienza. Ricorda pochissimo di quegli anni, non riesce a fornire dati e spiegazioni se non in un numero circoscritto - e irritante nella sua asfissia - di ricordi.

Anna arriva, e con lei entra nella stanza la memoria.

I tre personaggi iniziano a dialogare, ma misteriosamente lo scambio dialogico non è mai a tre. Parlano solo due per volta. Non c'è un personaggio più forte, nessuno di loro è l'ago della bilancia. Nessuno mira a escludere nessuno. E' solo secondo il caso che due dei personaggi interagiscono di più, sprofondando l'altro nel silenzio. Persino nell'insensatezza.
La conversazione è come un'ameba che protende gli pseudopodi alternativamente verso due dei tre personaggi. E le conversazioni hanno tra di loro un sapore differente.

Quando parlano Anna e Kate, in un modo trasognato, imbecille, quasi da demenza senile, si scivola in modi e toni da dialogo tra le studentesse che sono state. Làvati i capelli, il vestito te lo stiro io, all'abito verde puoi abbinare la camicetta turchese, invitiamo Mark alla festa, Paul non mi piace.
Deeley, che ascolta, è non solo silente, ma completamente insensato, anzi impossibile in quella situazione. Non può logicamente esistere nel contesto che le due ricreano, trascinate come in trance dalla memoria a recitare senza senso una situazione che era stata reale. Anna e Kate come due automi che non possono sfuggire al recupero memoriale dei panni che indossarono. Sensazione di familiarità e consuetudine all'esistenza dell'altra, ma vuota di contenuto.

Quando parlano Deeley e Anna, sembra quasi che si avvii una situazione pre-adulterina. Per poi scoprire che i due in realtà si sono conosciuti in passato, che Deeley a una festa aveva guardato sotto la gonna di Anna mentre questa era seduta (!). Anna non lo ricorda. Ma quella sera indossava la biancheria intima di Kate... Deeley l'aveva guardata per questo.

*

Kate va a fare un bagno. Deeley e Anna chiacchierano su chi debba asciugarla, poiché lei non lo sa fare bene.
E qui sembra crearsi un punto di contatto tra materia del ricordo e materia della vita, in un grumo che nessuno dei due riesce a sciogliere. Deeley vuole che ad asciugarla sia Anna, perché lei è donna e conosce il corpo femminile. Anna vuole che ad asciugare Kate sia Deeley, perché ne è il marito. Non lo farà nessuno dei due, Kate tornerà asciutta.

Ma è sbalorditivo vedere come in una scena apparentemente priva di senso - o di senso
assurdo, visto che pare che non si possa parlare di Pinter senza pagare pegno a Beckett - l'impensabile Harold abbia condensato tutto il senso dell'impossibilità di conciliazione delle due dimensioni, dei due binari lungo cui scorre l'esistenza. Siamo corpo del ricordo o corpo di vita? Quale, tra questi due tirannici sovrani, può avanzare maggiori pretese su di noi? Non c'è risposta, non c'è conciliazione, è aporia da cui si può solo sgusciare, a cui ci si sottrae facendo violenza a uno o all'altro, in un trionfo incerto e solo temporaneo, finché l'altro sovrano ha radunato eserciti e risorse abbastanza copiose per travolgerci una volta ancora.

I ricordi si intrecciano. Ciascuno racconta degli episodi, che si riferiscono tutti alla medesima situazione. Ma nessuno fa dei collegamenti, nessuno sembra accorgersi del fatto che stiano parlando della stessa circostanza, nessuno interviene nel discorso altrui, per confermarlo o contestarlo. "E c'era anche un uomo che mi guardava sotto la gonna". Ma è Deeley! Lui stesso lo ha raccontato solo poche pagine prima, eppure Anna continua a ricordare genericamente "un uomo"; nella sua memoria il ricordo è immodificabile persino dal nuovo dato appena acquisito!

Di cosa parlano questi tre personaggi? Si rivelano tutto un mondo, ma nessuno di loro prende atto dell'esistenza dell'altro nel proprio ricordo; ciascuno, di fatto, ricorda di ricordare, e tutto resta esattamente come era prima della serata insieme. Nessuno di loro acquisisce nuovi elementi, nessuno modifica i ricordi. Sembra una conversazione tra anziani, dai blocchi calcarei di memorie.

Se la memoria è così importante, e se - come siamo indotti a credere fermamente - ciascuno di noi è il cumulo dei ricordi del passato, allora è evidente l'impermeabilità al ricordo dei tre protagonisti, che devono tutelare la massa (tumorale) dei propri ricordi esattamente come è, per non aprire sé stessi alla scomposizione e alla rielaborazione. Questi personaggi hanno bisogno di essere chiusi, per non lasciar sfuggire nessuno dei ricordi, per non perdere nessuno dei pezzi di sé. (Ed è impossibile non pensare a come siamo noi; accumuliamo esperienze di vita finché siamo "giovani", o finché mentalmente riteniamo di essere tali, e poi ci consegniamo inerti e corazzati a una vita di memorie. Facciamo la s
toria e poi ci consegniamo alla storiografia...).

In modi e tempi spezzettati, sfasati, mai coincidenti ma semmai solo sovrapposti, ciascun personaggio narra indisturbato la propria storia. E le contraddizioni, le impossibilità che le cose si siano verificate davvero nel modo detto dall'altro saltano agli occhi del lettore senza che nessuno dei personaggi affronti il problema. La conversazione è evitata, e quando c'è è completamente inutile e insufficiente, resta sempre al di qua della possibilità di apertura.

Questi personaggi sembrano macchine da ricordo, che debbano solo produrre sbuffando e sferragliando sempre gli stessi ricordi, immutabili, per sempre, in serie...

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lunedì, 27 aprile 2009

In treno - Caro Cioran, guarda per cosa ti ho messo da parte!

Strani compagni di viaggio su questo Milano -Torino in ritardo di 16 minuti.

*

Una coppia sui trentacinque, lui meridionale lei brasiliana del dopo-crollo fisico che hanno tutte le brasiliane.
Lui ha continuato ad ascoltare musica per tutto il tempo e a parlare con gli auricolari nelle orecchie, mentre lei lo redarguiva urlandogli di non urlare.

E' strano come le lei svolgano sempre volentieri il ruolo di angeli affinatori dell'uomo, per quanto grezze siano... Lei, piedi nudi poggiati accanto a lui sul sedile di fronte, giocherellando allusivamente col bracciolo. Lui le chiede: "Cosa vuoi?", e lei, sottovoce more urlatorio: "Il cazzo...". Mah.

Nel frattempo lui mi divorava con gli occhi, mi sentivo con fastidio sotto il tiro di questo sguardo da bovino in calore.

Finché ho deciso di non soccombere al consueto comportamento di donna, che sarebbe quello di accettare silenziosamente e garbatamente lo sguardo, quasi contenta di un'attenzione sottratta così disgustosamente alla sua donna sedutagli di fronte, santo iddio, e che probabilmente accumula rughe in faccia per il di lui diletto, e gli ho rivolto uno sguardo seccato e schifato. E quindi ha smesso.
Scesi a Magenta, credo fossero in tenuta da matrimonio altrui. Il loro [orrendo delitto, N.d.A.] si era già consumato...

*

Il ragazzo biondiccio seduto ai quattro sedili accanto ai miei, maglioncino di lana, giubbotto di jeans della collezione di quando Eros Ramazzotti esordì a Sanremo, aria da nerd o da studente genio di matematica o conservatorio, indistintamente. Si è perso l'annuncio del ritardo, e mi ha chiesto, con labbra puntute e compite e occhi gattescamente socchiusi, cosa avesse detto il capotreno. Timido, compunto e quasi falso. Strano piemontese! E' sceso a Santhià. Ho pensato: "Ecco Camillo Benso conte di Cavour da ragazzo!".

*

Una signora romana che è entrata seguendo la controllora e litigandoci.

"La sente? Questa è ARIA FREDDA, e io con l'ARIA FREDDA non ci voglio stare. Se lei non mi trova un posto al caldo, io torno di là!".
"Signora, se lei non vuole pagare la differenza in PRIMA CLASSE non ci può stare!".
[Ma se io se lei se io se lei se io se lei...]
Purtroppo non è copyright Ionesco...

E, in questo, ecco l'avvocato che c'è in me!

Capisco la signora, umanamente: vessati in tutti i modi, non ultimo questo ritardo all'origine, quindi evitabile, noi clienti-nolenti di Trenitalia avremmo in petto l'ardore di ammazzare!

Ma la controllora? In che misura è responsabile del sistema? Perché una ragazza poco più grande di me deve affrontare queste persone così sgradevoli? Essere la prima barriera contro il malumore torbido e irragionevole della gente? Da ex receptionist, capisco anche lei.

Questo sistema che non funziona genera infelici su due fronti.

*

Impossibile tornare a Cioran, oggi, gente troppo buffa in giro!

*

Ma credo che Cioran approverebbe il mio allenamento al sarcasmo, quindi chiudo "Confessioni e anatemi" e apro il diario prima di perdermi qualche fotogramma.

*

In strada un uomo con ombrello fa jogging (che dio lo perdoni) correndo all'indietro (che Lewis Carroll lo ammetta nelle sue schiere celesti!).

*

Un ragazzo cinese seduto accanto a me. Per un attimo lo vedo di scorcio, tra le ciocche di capelli sugli occhi. Mio dio. Sembra Stefano dieci anni fa.

*

Mi torna in mente "La metro" di Battisti. "In un soffio di porta fa l'ingresso la bella incatenata a testa alta...".

Invece qui, annunciata da un rutilante suono di ferraglia da ferramenta in sgombero, pallida e imbronciata, è entrata una entità mostruosa e liocornesca. E' entrata una Adolescente.

Bel viso, vestita di nero, sguardo truce. Quanti anni le ci vorranno prima di imparare che è bello essere donna... e che lo si capisca all'esterno?


*

Venerdì sera ho ascoltato "Man on the Prowl" dei Queen, dopo eoni. E "Man next door" di Dennis Brown, anche nella versione dei Massive Attack, ipnotica, oscura, bello immaginare una vibrazione del ventre a ogni riverbero della voce.

"I've got to get away from he-e-e-e-e-re,
this is not a place for me to sta-a-a-a-y;
I've got to take my family
and find a quiet place..."

AGGIORNAMENTO!!!

Ho scoperto, sempre riascoltando "Man next door", che è in realtà dei The Paragons! E' una versione ancora più bella! Che canzone-reincarnazione sorprendente! Buon ascolto a chiunque voglia mettersi sulle tracce di questo fantasma...

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giovedì, 23 aprile 2009

Delirio sul Doppelgänger

Probabilmente non si può giocare impunemente a Prince of Persia.

E quando, nel quarto livello, il principe attraversa lo specchio e si sdoppia, sono piuttosto sicura a questo punto che si sia smezzata anche a me l'anima. (Ah!)

Da qualche parte su questa terra un'Elisabetta dodicenne un po' uguale ma diversa vaga. Doppelgänger.  Doppelgänger. Doppelgänger. Doppelgänger. Doppelgänger. Doppelgänger. Doppelgänger. Doppelgänger. Doppelgänger di cui non so nulla.

*

Il principe si trova davanti la strada sbarrata da uno specchio elegantemente incorniciato; se muove un passo contro di esso non accade nulla, e resta imprigionato nella metà livello che lo specchio delimita; ma se gli salta con convinzione attraverso lo supera, entra dentro e sbuca dall'altra parte, mentre si produce una musica sinistra e può contemplare uno smilzo sé stesso che - rimasto intrappolato dall'altro lato - si dà alla fuga:



Si supera questo quarto livello con un senso di presagio oscuro e di incredulità.

Si "funziona" ancora nel gioco, si controlla la spada, si corre, salta, ci si accuccia e arrampica. Ma si sa che qualcosa deve essere accaduto, si sa che qualcosa si prepara.

[E' interessante notare come nessuno veda questo sdoppiarsi come una liberazione da una zavorra, ma come una perdita pericolosa. E' che in qualche sciocco modo siamo sempre convinti - nonostante oltre un secolo di letteratura della scomposizione e della frammentarietà e della molteplicità della percezione di tutto e di sé - in qualche sciocco modo, dicevo, siamo sempre convinti di essere uno, al massimo trino, ma indivisibile, e di essere il meglio possibile].


Il principe incontrerà ancora il suo doppelgänger qualche livello più tardi (il dodici?), e gli correrà incontro. Credo che l'esperienza di tutti noi giocatori siano stati i vari tentativi di corrergli incontro - e il doppelgänger si rivela crudele, sguaina la spada inaspettatamente all'ultimo e con un unico fendente - mortale perché noi si è disarmati - ci fa stramazzare al suolo.

Poi si impara ad avvicinarsi guardinghi, e a sguainare la spada mentre lo fa lui; si combatte, e si apprende che per ogni colpo infertogli automaticamente feriamo noi stessi, morendo con lui, mentre crediamo di trionfare di lui.

Infine, si apprende la via della non-violenza. Ci si avvicina, si sguaina la spada, poi la si ripone, e si scopre con gioia che lui fa lo stesso. Si fa un passo verso di lui, e lui fa lo stesso con noi. E, sgusciando l'uno dentro l'altro, si ricompone l'unità. O almeno l'unica possibile a noi umani, al di fuori dei vaneggiamenti religiosi.

Mi sembra che la storia del Principe di Persia e del suo doppelgänger sia la storia dei nostri incontri con l'altro. Da bambini, quando si crede che tutto sia innocuo e gioioso, e corra verso di noi con entusiasmo.

Poi, dopo essersi slanciati anima e corpo verso ogni nuova cosa, si impara che il male è indistinguibile prima, perché ha sempre il volto sorridente di ciò che è prossimo,  il male ha il nostro stesso volto sorridente, e che solo quando è troppo tardi il sorriso si cambia in ghigno.


Poi si cerca, da adolescenti, la lotta e il contrasto per forza. E si esce solitamente
in brandelli sanguinolenti da questa gabbia che la propria caparbia stupidità crea.

Infine, si impara la via della ricomposizione.

Con un po' di talento si riesce persino a renderla piacevole.

Con genio, fortuna e studio si riesce a fare di questo sgusciare l'uno nell'altro persino un estatico atto d'amore.


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martedì, 07 aprile 2009

Di Atlantide e della sconfitta di Cesare in Gallia

Tu dici: "Misteri!" e pensi ai buchi neri e ad Atlantide (a proposito, esiste una canzone di Battiato splendida! Raccomando di ascoltarla, ma anche solo leggerne il testo merita...

E gli dei tirarono a sorte,
si divisero il mondo:
Zeus la terra
Ade gli inferi
Poseidon il continente sommerso
Apparve Atlantide...


Già solo che una canzone citi Poseidon mi sembra grandissima cosa! :)

Ma in effetti non occorre mai andare molto lontano per trovarne, di misteri, e, come dicevano Saggio e Coprisaggio in "Labyrinth - Dove tutto è possibile", "a volte la via del ritorno è la via dell'andata".

Quindi, mettiamoci a camminare dentro noi stessi! Intraprendiamo questa camminata strana che scalza dal proprio posto un piede dopo l'altro!
L'introspezione offre la migliore possibilità di incartarsi nei propri stessi meandri, o almeno la possibilità di illudersi di averne, di meandri, quando invece sempre più spesso è una questione di dignificare ai propri occhi l'ineluttabile soggiacere ai bisogni primari

("dignificare" non credo esista, ma lo do alla luce in questo momento - signori, avvertite l'Accademia della Crusca! - e lo preferisco alla perifrasi "conferire dignità", anche come calco di "magnificare", con tutte le possenti veterotestamentarie reminiscenze che trascina con sé - magnifica il Signore, anima mia et similia) .

Quindi ci si potrebbe chiedere piuttosto perché questa mattina mi sono svegliata cantando "Voglio una lurida" degli Articolo 31, e si potrebbe indagare l'importanza degli anni Novanta nella mia vita, nonostante tutto (sono stata adolescente in quegli anni e "La mia coccinella" dei Sottotono è stata la colonna sonora dei miei sogni di baci, ad esempio).

O ancora molte altre cose. Perché, dopo averci pensato giorni interi, solo adesso, e accidentalmente, mi è tornato in mente che il gioco a cui giocavo nel 2002 al computer si chiamava Kyrandia (si scrive così?). Perché questo nome era latitante dentro me? Come facevo ad essere così sicura che l'avrei ritrovato? E se non si ritrovano più i particolari? Se ci si ricorda di ricordare, ma non l'oggetto del ricordo? E quando non si vuole ricordare? Come svuotare la propria memoria di ciò che è inutile? Sherlock Holmes non aveva conservato l'informazione che fosse la terra a girare intorno al sole, e non il contrario. Ad un Watson basito rispose: "Mio caro Watson, è un'informazione assolutamente irrilevante per la mia attività"; conservava spazio per le informazioni su botanica-veleni-orme-impronte-criminologia... che gli servivano e che gli interessavano.

In effetti, non posso dire di essere arrivata al limite della mia memoria, ma sicuramente vorrei, ad esempio, riuscire a buttar via quelle seppur minime informazioni di storia che mi sono rimaste in testa dopo anni di noia scolastica; dal triumvirato alla guerra fredda non ho mai trovato niente che mi interessasse (una data si, il 1885! :) ). Invece preferirei impiegare quella memoria per imparare a memoria la Commedia dantesca!

E, a tal proposito, desidererei aprire una parentesi di non poco momento.

Noi italiani diciamo "imparare qualcosa a memoria".

Gli inglesi e i francesi hanno espressioni molto diverse... "To learn by heart" e "apprendre par cœur". Non vi sembra che vi sia un indizio piuttosto macroscopico e rilevante della nostra (italiana) concezione dell'apprendimento come di qualcosa di superficiale, che debba essere impresso, appiccicato, inculcato con violenza, "mandato a memoria" come si manda a quel paese, mentre credo che francesi e inglesi abbiano qualcosa da insegnarci (come in moltissimi altri campi) sull'impatto dell'apprendimento, dello studio, qualcosa che coinvolge visceralmente il nostro essere?

Ricordo male, o i Galli avevano sconfitto Cesare quando la Gallia era divisa in partes tres?

:)

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domenica, 05 aprile 2009

In biblioteca

Ho scoperto una biblioteca deliziosa qui vicino casa mia!

Ci sono andata venerdì pomeriggio, sono arrivata a casa alle sei,

la biblioteca chiudeva alle sette,

era da tanto che rimandavo, era tardi, non sapevo esattamente dove fosse,

e ho ovviamente deciso di andarci a piedi!

Scarica di adrenalina? Yeeeeeeeeeeesssssssss..........

Mi sono fatti quattro chilometri, credo,

tra andata e ritorno.

L'ho trovata! Sono arrivata in tempo! Ho fatto la tessera!

[Non entravo in una biblioteca dall'estate scorsa,

dalla tremenda Sormani-salumeria in centro]

Ma questa è de-li-zio-sa!

Piccolina e di paese,

con il bibliotecario-despota

che ha mandato via i ragazzi dalla saletta studio alle 7,

anche se vi si potrebbe studiare fino alle 22.30,

perché doveva chiudere,

spedendoli nella saletta-emeroteca-rumorosissima

a finire quella parvenza di studio universitario

da cui mi sono sempre tenuta alla larga,

ma che ora adoro!

[Ah, potere trasfiguratore della memoria in senilità! :)))) ]

Ribellione rimbrottante e borbottiera dei ragazzi schiacciati dal bibliotecario,

ma pecorescamente acquiescenti,

il solito circolo di sfaccendati con aria da intellettuali di sinistra

seduti fuori in circolo su sedie di plastica,

la solita ragazza da centro sociale seduta per terra,

discorsoni di cultura livello playstation1

(Coelho-Allende-Hesse, I mean)

all'ombra di un graffito fantastico

raffigurante un volto di donna alla Eva Kant,

bionda seducente e aggressiva,

e il fumetto surreale:

"Scusi, per fare la minestra ci vuole il sedano?".

Un po' di libri interessanti,

un ragazzo che mi ha battuta sul tempo

e, mentre io facevo la tessera,

ha preso in prestito "Mirra" di Alfieri,

la cercavo da un pezzo,

santo iddio, quante chance c'erano

che un altro essere umano volesse leggere

"Mirra" di Alfieri?!

Che sapesse persino che esiste?!

E la beffa del destino è stata

vedermelo portar via da sotto il naso!

Santi numi accartocciati!

Ho fatto un giro in velocità,

e alla fine

ho preso l'unico libro che non leggerò!

Ma è stato bello portarmelo a casa in borsa,

e tirarlo fuori ogni tanto

durante i due chilometri del ritorno

per sniffarne le pagine,

ero contenta non per il libro,

ma per le mani e occhi che mi portavo a casa con esso.

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sabato, 14 marzo 2009

L'amore secondo Me(dardo di Terralba)

- Io, Pamela, ho deciso d'essere innamorato di te, - egli le disse.

- Ed è per questo, - saltò su lei, - che straziate tutte le creature della natura?

- Pamela, - sospirò il visconte, - nessun altro linguaggio abbiamo per parlarci se non questo. Ogni incontro di due esseri al mondo è uno sbranarsi. Vieni con me, io ho la conoscenza di questo male e sarai più sicura che con chiunque altro; perché io faccio del male come tutti lo fanno; ma, a differenza degli altri, io ho mano sicura.

- E strazierete anche me come le margherite o le meduse?

- Io non so quel che farò con te. Certo l'averti mi renderà possibili cose che neppure immagino.

da Il visconte dimezzato di Italo Calvino



Ecco, io si, io mi metterei nelle sue mani, condivido esattamente questa idea di amore, e sono abbastanza tradizionalista da desiderare un uomo che mi sia guida nella vita. La metà "cattiva" di Medardo è così tenera e virile... sospiro sospiro sospiro d'amore!


E trovo infinita bellezza nel suo mondo uglified (grazie Lewis Carroll per l'ennesima invenzione di parole di cui c'è bisogno!)
di pere e meduse smezzate, divise da lui per svegliarci all'acquisizione dell'incompletezza. (Poiché l'incompletezza brama la dormienza per poter prosperare. Ma la dormienza non ci appartenga, in nessuno dei suoi ingannevoli modi e tentazioni, fosse anche quello della convenzionale bellezza in cui ci si riposa!).

Medardo crea per me un mondo di funghi smezzati che galleggiano di notte sull'acqua di un lago di notte, dichiarazione di incompletezza, inizio della ricerca, amore, ecco cos'è...

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